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Titolo: N A P O L I T A N I A - http://napoilitania.myblog.it
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Inserito il:November 05, 2008 10:44:58 PM
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Blitz cancella nome di Garibaldi da strade di Napoli

gar.jpgNAPOLI  - Cancellati i nomi di Garibaldi, Vittorio Emanuele e Umberto I. Al loro posto quello di alcuni briganti o di vittime della mafia come Peppino Impastato e Pio La Torre. Un vero e proprio blitz è stato compiuto nella notte a Napoli, in occasione della giornata che celebra i 150 anni dell'ingresso di Giuseppe Garibaldi e dei Mille in città. Gli aderenti al Laboratorio Insurgencia hanno sovrapposto sulle targhe di alcune strade importanti della città, dedicate agli eroi dell'Unità d'Italia, dei cartoncini sui quali c'é scritto invece quello di personaggi molto più meritevoli, a giudizio dei promotori, di essere celebrati. Piazza Garibaldi è dedicata, ad esempio, a Michela De Cesare 'partigiana del Sud' mentre Galleria Umberto è diventata Galleria del Mediterraneo, Piazza Plebiscito si 'chiama' Piazza Magna Grecia.

Inoltre, bandiere padane sono state installate tra le mani delle statue di Vittorio Emanuele, in piazza Plebiscito, e di Garibaldi e del gruppo dei Mille nell'omonima piazza, nei pressi della Stazione centrale. Secondo Antonio Musella, del laboratorio Insurgencia, è stata effettuata "una 'sostituzione' dal basso che rivendica la specificità del popolo napoletano e meridionale in una data tutt'altro che casuale. Oggi 7 settembre, si festeggia l'ingresso di Giuseppe Garibaldi ed i suoi mille nella città di Napoli. Da lì a poco con il vergognoso patto di Teano con i piemontesi di Cavour, il Meridione veniva condannato a 150 anni di subalternità. Una subalternità economia e sociale, una soggiogazione colonialista che si è espressa in termini culturali e biopolitici.

Con questa data cominciano a Napoli i festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità d'Italia, festeggiamenti che dureranno un'anno e che vedranno la nostra mobilitazione per ricordare che quella bandiera per il Sud non solo non ha mai trovato posto, ma la subalternità in cui c'hanno costretti è lunga 150 anni".

Di qui la decisione di "cambiare la toponomastica a strade e piazze che sono il simbolo dell'avvio di quel processo di colonizzazione avviato proprio con l'Unità d'Italia. I nomi di Garibaldi, Umberto I, Vittorio Emanuele, hanno lasciato il posto ai nomi di veri eroi meridionali come Michela De Cesare e Nicola Summa, briganti che difesero la loro terra, oppure Peppino Impastato, Pio La Torre, i martiri di Pontelandolfo". Quanto al vessillo, conclude Musella, "più che il tricolore abbiamo preferito installare la bandiera padana in alcune delle piazze che portano il nome di personaggi di casa Savoia per segnalare quella continuità dei governi del nord antimeridionali".

da: http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2010/09/07/visualizza_new.html_1786130416.html



Il Principato di Kariati

 Il Principato di Kariati

CIMG0181.JPGSi vuole raggiungere la Costa Calabra, litoraneo ionico, dopo aver percorso da Taranto la Strada Statale 106, che poi ad una strada assomiglia ben poco, e superata la Piana di Metaponto, si arriva in Calabria tramite la Piana di Sibari dove si produce il miglior riso del mondo. A volte la carreggiata va a restringersi (e faccio fatica a definirla carreggiata) dove in certi brevi punti è a senso unico alternato talmente è stretta, anche per dar spazio al treno che viaggia ancora su un binario, ma il paesaggio è stupendo con le montagne della Sila a destra e l'incantevole mare a sinistra e il magnifico sole fa risplendere ogni cosa, una zona d'incanto. (Lo stato centralista e nordista ha paura a fare strutture di collegamento in questa zona altrimenti l'asse del turismo si sposterebbe tutto in questi meravigliosi territori.)

Ad un certo punto il cartello dice: BENVENUTI A CARIATI, La città della Tarantella. Questo perchè la tarantella calabrese è come quella napoletana, quando si dice una nazione!

Questa magnifica città di pescatori e non solo, ha un suo porto peschereccio ed ho potuto gustare del pesce saporito cucinato fresco fresco appena sceso dal battello dei pescatori. A causa dell'attività portuale le spiagge, che una volta erano larghe centinaia di metri, si erano quasi del tutto ritirate, ma poi sono stati allungati nel mare dei moli naturali fatti di scogli per poter riprendere la magnifica spiaggia e con ottimi risultati anche.

Qui si balla sulla spiaggia dalla mattina alla sera fino a notte inoltrata, il cappuccino e il cornetto a cioccolato in spiaggia sono stati buonissimi e si può mangiare la pizza campione d'Italia da Pedro's e dopo, tutti sul lungomare dove si gusta il gelato più buono del mondo dalla Gelateria Fortino che distende una cinquantina di tavoli fino alla spiaggia a ridosso del lungomare dove bancarelle e musiche fanno vivere una folla fino a notte fonda. La gelateria è una succursale della sede più antica che si trova a “kariati supra” sulle mura fortificate, nel Centro Storico. Effettivamente il signor Fortino Luigi è arrivato terzo al concorso di miglior gelato del mondo inventando il gusto “Cariatese”, una squisitezza! Per non parlare del gusto liquirizia che in queste zone si trova dappertutto.

Kariati ha un centro storico? Ma certo. Bisogna sapere che il paese di pescatori era spesso attaccato e saccheggiato dai saraceni, allora fu costruita una Kariati più in collina e recintata da mura con tanto di torri fortificate e quando c'era l'assalto saraceno la popolazione “carriava” tutto quello che aveva e andava a chiudersi nella fortezza, da qui il nome Carriati poi diventato Cariati. Un centro medioevale da fare impallidire San Marino, con stradine antiche e nella piazzetta centrale è stato anche allestito un cinema all'aperto con tanto di manifestazione folkloristica proprio dove si trova l'Osteria Le Antiche Mura.

Peccato che l'ospedale non funziona al 100% per motivi di cattive amministrazioni che tendono a centralizzare i servizi mentre un centro come l'Ospedale di Cariati dovrebbe essere di primaria importanza, anzi l'amministrazione comunale di Cariati dovrebbe prenderne atto prima che i cariatesi facciano altre manifestazioni e blocchino di nuovo la S.S. 106 dove ci sono incidenti tutti i giorni a causa dei mezzi pesanti, perchè non esiste altra strada extraurbana se non questa che passa in tutti i paesi della costa. Questo paese è degno di un principe e come un principato dovrebbe essere trattato, anche per la cordiale accoglienza dei cariatesi.

Uscendo da Kariati sia a nord che a sud si può prendere la strada che porta sulla Sila e passando per San Giovanni in Fiore si arriva a Camigliatello, un paese che quando l'ho visto mi è sembrato di stare in Alto Adige, bellissimo. Ho assaggiato la bontà delle patate silane e della salsiccia calabra e sono rimasto a bocca aperta quando ho visitato “I Giganti della Sila”, degli alberi ultrasecolari alti più di 50 metri e con un diametro di un metro e mezzo, un Parco protetto al centro della Sila, dette anche Alpi Calabresi poiché per la sua antichità non fanno parte dell'Appennino. I suoi laghi ornano un paesaggio unico.

Insomma, con qualche struttura in più, delle strade e collegamenti efficaci, la Calabria non avrebbe bisogno di fabbriche per sopperire alla domanda di disoccupazione che costringe sempre più persone ad emigrare, la natura l'ha dotata di tutto l'occorrente per avere nel turismo la sua maggior risorsa.

CIMG0240.JPGAntonio Iannaccone



L'Unità d'Italia vista da Sud: un'annessione senza dichiarazione di guerra?

di Giuseppe Chiellino

Garibaldi? "Un ingenuo avventuriero pronto a correre dove c'è da menare la spada". Cavour? "Un 'figlio di papà col vizio del gioco d'azzardo, che sperpera parte del patrimonio paterno in fallimentari avventure imprenditoriali e viene messo a capo del governo del regno sabaudo dai banchieri inglesi che hanno finanziato le guerre d'indipendenza". La spedizione dei Mille e l'Unità d'Italia? "Un'invasione delle regioni meridionali senza dichiarazione di guerra". Con centinaia di migliaia di morti e milioni di emigranti nei decenni successivi. Un'annessione – è la tesi – sostenuta soprattutto da chi aveva coperto l'enorme debito accumulato dai Savoia per le guerre d'indipendenza.

C'è anche chi con questo spirito si appresta a celebrare i 150 anni di unità del paese e raccoglie applausi e qualche critica nelle piazze e nei teatri del Sud, dispensando frecciate alla Lega di Umberto Bossi ma anche ai meridionali che "stanno fermi". "Aspettando, ancora, Garibaldi", come recita il titolo dello spettacolo allestito da Gregorio Calabretta, autore, regista e attore calabrese, proposto in queste settimane nelle città e nei paesi della regione. Un "viaggio in Calabria dall'Unità d'Italia ad oggi" che seduce lo spettatore, giocando con il dialetto e con le immagini per raccontare "ciò che i libri di scuola non dicono sull'Unità". E lo fa attraverso la storia di tre generazioni di una famiglia calabrese, dall'arrivo dei garibaldini nel 1860 all'eccidio dei braccianti di Torre Melissa che reclamavano le terre, nell'Italia repubblicana del 1949.

La perdita d indentità.
Un testo che, spiega l'autore, "fonde in un'unica trama i racconti di tre scrittori, Leonida Repaci (La marcia dei braccianti di Melissa) , Francesco Perri (Emigranti, 1928) e Saverio Strati (Mani vuote) che nel corso del ‘900 hanno affrontato il dramma delle lotte dei contadini del Sud e dell'emigrazione massiccia che ha svuotato campagne e paesi del Mezzogiorno. "La sconfitta più grande per noi meridionali causata dall'Unità – afferma Calabretta in un dialogo immaginario con Garibaldi – è stata la perdita della nostra identità culturale il senso di appartenenza che rende gli uomini orgogliosi della propria terra. Vi sono due modi per cancellare l'identità di un popolo: il primo è di distruggere la sua memoria storica, il secondo è di sradicarlo dalla propria terra. Noi meridionali li abbiamo subiti entrambi".

da: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-30/unita-italia-vista-da-sud-172337.shtml



Regione Salento, idea anacronistica e fuori dal mondo

Pugliese (UIL): No alla Regione Salento, idea anacronistica e fuori dal mondo

Le nostre interviste sulla proposta di costituire la Regione Salento continuano con il Segretario Regionale della UIL Aldo Pugliese, che già qualche settimana fa aveva espresso le sue perplessità sull’iniziativa promossa dal Movimento Regione Salento.

 

 

Nelle ultime settimane è tornata di moda l’idea della Regione Salento. Questa volta è l’imprenditore Paolo Pagliaro a farsi interprete di una presunta esigenza di autonomia del popolo salentino. Si ha però il sospetto che, così come in passato, si tratti di una battaglia strumentale al fine di acquisire visibilità politica o per altri interessi che poco hanno a che fare con gli obiettivi sbandierati dal gruppo dei promotori. Cosa ne pensa e come giudica l’iniziativa di Paolo Pagliaro?

E’ una proposta che, come ho già avuto modo di dire, non condivido. E’, del resto, in controtendenza rispetto alle decisioni nazionali che tendono alla semplificazione. L’attuale governo con l’ultima manovra finanziaria di qualche settimana fa ha anche cercato di tagliare i numerosi costi della spesa pubblica. Si discute, più generale, sui costi della politica ed ora vogliamo creare una nuova Regione con tutti i costi che ne deriverebbero? E’ un’idea anacronistica e che non ha senso. Se pensiamo poi che si discute dell’abolizione delle Province e dell’accorpamento dei Comuni minori, l’idea di costituire una nuova regione è veramente fuori dal mondo e non guarda agli interessi collettivi. La Regione Salento è “ricerca del particolare”, propaganda e frutto di personalismo fine a se stesso. Temo che dietro questa proposta ci siano solo interessi economici e politici.

Crede possa aver successo?

Credo proprio di no. Ripeto, il quadro nazionale va in direzione opposta alla costituzione di una nuova regione. Si tratta di apparati costosi ed a volte (come nel caso delle Province) inutili. Ci tengo a ricordare che gli eventuali consiglieri regionali della Regione Salento guadagnerebbero tanto quanto i parlamentari nazionali.

Nel resto della Puglia si discute di quest’iniziativa?

Da quello che mi dicono i miei colleghi di Brindisi e Taranto, a parte a Lecce e provincia, la Regione Salento interessa molto poco. Non è un problema sentito e non se ne parla.

Il principale argomento dei promotori della Regione Salento è la critica al baricentrismo della Regione Puglia. Da una prospettiva non-salentina, come giudica queste critiche? Pensa siano strumentali e folcloristiche o si basano su validi contenuti politici ed economici?

Questa storia del baricentrismo è un argomento molto debole che lascia il tempo che trova. Tutte le province della Puglia lamentano scarsa attenzione da parte di Bari. Non solo Lecce, Brindisi e Taranto, ma anche Foggia e la BAT. A questo punto dovremmo creare sei regioni? Questo è un problema che, ammesso che esista, deve essere risolto dalla classe dirigente locale che deve farsi interprete delle esigenze dei cittadini e tutelare gli interessi del territorio di provenienza, se questo non avviene non è colpa di Bari e dei baresi, ma della classe dirigente locale. E’ con loro che bisogna prendersela. E’ nell’ordine delle cose che in politica ognuno tiri acqua al proprio mulino. Del resto, è come se, considerato che il governo nazionale è disattento alle esigenze del Meridione ed utilizza di fondi destinati al Sud per altri scopi, si chiedesse la secessione del Meridione dal resto del Paese. Non è certo in questo modo che si risolvono i problemi del paese. E’ la classe dirigente meridionale che deve tutelare gli interessi del proprio territorio a Roma.

Mi sorprendono poi le lamentele da Lecce e provincia al baricentrismo, nel resto della Puglia si lamenta che Lecce e Bari fanno la parte del leone.

Lei ha addirittura proposto l’accorpamento di Puglia e Basilicata e di Abruzzo e Molise, pensa sia veramente praticabile? Ed eventualmente come?

Chiariamo subito: la mia proposta si basa su uno studio della Fondazione Agnelli secondo cui le regioni potevano essere ridotte e si pensava, tra l’altro, proprio all’accorpamento di Puglia e Basilicata e soprattutto di Abruzzo e Molise. In particolare in quest’ultimo caso mi sembra che si tratta di una soluzione auspicabile. Parliamo tanto dei costi della politica, di semplificazione, ma quando c’è da tagliare tutti pensano al proprio orticello ed a tutelare posizione consolidate e costose. Ed a pagare, alla fine, è l’intera comunità, nessuno escluso.

a cura di UVL

da:http://lanostrawebtv.wordpress.com/2010/09/01/pugliese-uil-no-alla-regione-salento-idea-anacronistica-e-fuori-dal-mondo/



Il brigantaggio e la distruzione dell’economia meridionale
Com’è noto, la conquista del Sud, operata dal Regno di Sardegna nel 1860, fu seguita da circa dieci anni d’insanguinata guerriglia, tra le truppe regolari d’occupazione e la popolazione meridionale riunita in gruppi di resistenti armati: quest’ultimi definiti, appunto, briganti.
Oggi è assai frequente che si tenda a distinguere tra brigantaggio comune e politico, ma questa distinzione potrebbe essere messa seriamente in discussione, da una più completa conoscenza della storia, nonché della stessa lingua italiana.

Pare, infatti, che lo stesso termine “brigante” entrò comunemente a far parte della lingua italiana, solo con le discese del generale (prima) e Imperatore (dopo) Napoleone Bonaparte.

Con tale termine, infatti, si indicavano usualmente – non solo in Italia, ma in tutta l’Europa - i resistenti antigiacobini, e non i semplici banditi.

D’altronde, è noto che proprio briganti furono chiamati, dalla Convenzione (cioè dall’allora governo rivoluzionario), già i primi reazionari controrivoluzionari del 1793, cioè gli stessi francesi, insorti a seguito della decapitazione del loro legittimo sovrano.

In questa sede, però, non si vuole ripercorrere la storia del brigantaggio meridionale. Né quella dei suoi iniziali incredibili successi; e neppure quella, ancor più drammatica, relativa all’implacabile repressione che ne seguì (la quale coinvolse, purtroppo, gran parte della popolazione civile, rea, nell’ottica del governo unitario, di collaborazionismo con i briganti). Proseguendo, piuttosto, nella già intrapresa opera di ricerca delle cause dei fenomeni, bisogna sottolineare che il brigantaggio meridionale non ebbe esclusivamente cause “ideologiche” – non si trattò cioè, di un movimento motivato solo dalla difesa dell’altare o del trono -, ma anche economiche. La conquista del Sud, infatti, segnò la distruzione della florida (beninteso: per i livelli protocapitalistici dell’epoca) economia meridionale.

Uno dei provvedimenti più svantaggiosi, perché colpì le zone geografiche e gli strati più poveri del Reame, fu la sistematica annessione al proprio patrimonio – da parte del nuovo Stato unitario - delle vastissime terre del precedente demanio del Re che, sotto il dominio dei Borbone, non appartenendo ad alcun singolo feudatario, erano date in uso gratuito alle famiglie di contadini, le quali, qualora avessero coltivato un terreno per dieci anni, non potevano più esserne allontanate, sebbene la proprietà rimanesse formalmente al sovrano.

Ma lo stesso può dirsi per l’annessione, sempre a favore dello Stato unitario, dei beni dell’asse ecclesiastico che, fino a quel momento, erano serviti come ammortizzatore sociale, consentendo alla Chiesa di sostenere i bisognosi, specie nei periodi di carestia.

Tutte le terre meridionali, così divenute di proprietà del Regno d’Italia, furono rivendute agli stessi meridionali che, conseguentemente, si impoverirono enormemente, pur di ricomprare, dai “fratelli d’Italia”, la loro stessa terra.

Questi acquisti, purtroppo, rappresentarono per molti un’attrattiva troppo forte, per poter riuscire a rinunciarvi. La proprietà della terra, infatti, costituiva un vero e proprio status symbol dell’epoca (almeno al Sud), e la smania di emancipazione sociale non fece riflettere molti contadini sulla circostanza che, su quelle stesse terre, avrebbero dovuto pagare le onerose tasse stabilite dal governo unitario, nonché sul fatto che, per poter trasferire il terreno in eredità ai propri figli, quest’ultimi sarebbero dovuti essere in grado di pagare le tasse di successione (prima sconosciute al meridione, ma introdotte dai nuovi governanti), altrimenti il fondo sarebbe stato sequestrato e venduto.

Inoltre, la conquista del Sud implicò anche la suddivisione del pesantissimo debito pubblico dello Stato sardo-piemontese, tra tutti i cittadini del Regno, ivi compresi i meridionali che, tuttavia, diversamente dai piemontesi, da quell’enorme debito non avevano tratto alcun beneficio economico.

E, a tal proposito, non si potrebbero trovare oggi parole più chiare, di quelle coraggiosamente scritte, pur all’epoca del Regno d’Italia, da Francesco Saverio Nitti: “Ciò che è certo è che il regno di Napoli era nel 1859 non solo il più reputato in Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito; le imposte non gravose e bene armonizzate; semplicità grande in tutti i servizi fiscali e nella tesoreria dello Stato.

Era proprio il contrario del Regno di Sardegna ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi; dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte in gran parte senza criterio; con un debito pubblico enorme, e a cui pendeva sul capo lo spettro del fallimento. Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, che è stata in grandissima parte opera sua, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento.

La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande”.
Ma forse il peggiore danno subito dal meridione d’Italia, a seguito dell’invasione piemontese, fu costituito dalla completa vanificazione dell’opera di industrializzazione iniziata dai Borbone.

Infatti, è innegabile che già l’applicazione del sistema dei dazi doganali tarati sull’esigenze del Regno di Sardegna, a tutto il territorio del nuovo Regno d’Italia - e specificatamente (in data 24 settembre 1860) al meridione, che invece, per proteggere la propria industria nascente, aveva bisogno di dazi “contrari” - diede un primo duro colpo all’emergente industria meridionale che, di lì a poco, sarebbe stata definitivamente sfavorita – specie con riferimento a quella metallurgica e siderurgica – dalla circostanza, di cui il lettore non mancherà di apprezzare l’importanza decisiva, consistente nel fatto che le commesse statali del novello Regno d’Italia furono affidate solo ad imprese settentrionali.

E non deve meravigliare che si riferisca di sviluppo industriale siderurgico nel Regno delle Due Sicilie, perché – per quanto si tratti di una realtà ignota ai più -, dopo la creazione della prima fabbrica d’armi di Torre Annunziata, il processo di industrializzazione del Sud si intensificò, anche con riferimento alla c.d. industria pesante, persino in Calabria – forse la regione meridionale oggi più industrialmente arretrata -, dove furono fondati gli stabilimenti di Mongiana (1770) e Ferdinandea (1789), il cui altoforno maggiore era capace di produrre oltre 10 tonnellate di ghisa al giorno: un traguardo per l’epoca.

A questo specifico proposito, è interessante notare come lo stesso Gioacchino Murat - nonostante fosse animato dalla medesima contrapposizione ideologica con il popolo meridionale, che avrebbe poi caratterizzato il successivo governo liberale unitario - ebbe il buon senso di accrescere la produttività dei predetti stabilimenti calabri, che poi fu ulteriormente aumentata con l’avvento al potere di Ferdinando II, fino a raggiungere le 1.000 tonnellate all’anno di ferro prodotto (che richiedevano l’impiego di circa 1.500 addetti, tra minatori, carbonai, fonditori, ecc.) –, mentre la politica economica, portata avanti dallo Stato italiano dell’epoca, non si dimostrò altrettanto efficiente, tanto che le industrie meridionali incominciarono a chiudere ad una ad una.

Dalla già citata fabbrica d’armi di Torre Annunziata, al complesso industriale di Pietrarsa (si badi: il più grande e produttivo d’Italia, dove era stato armato il primo moderno battello a vapore del mediterraneo), dall’industria tessile di S. Leucio, fino alla Zino & Henri - che costruì, assieme alla Bayard, la Napoli-Portici, ovvero la prima ferrovia d’Italia, che il Re Borbone non ebbe poi il tempo di estendere -, ecc.

Questa differenza tra la politica economica del Murat, e quella del governo unitario, fu dovuta essenzialmente al fatto che il primo era pur sempre il Re di Napoli, e doveva stare ben attento ad evitare che il territorio del suo Stato si impoverisse oltre misura, mentre il governo unitario aveva a sua disposizione un territorio assai più vasto, e poteva permettersi di decidere – come parrebbe quasi sia stato deciso “a tavolino” - che una parte di tale territorio fosse destinata allo svolgimento esclusivo dell’attività agricola.

D’altronde, forse non è solo un caso che l’arretratezza socio economica del Sud avrebbe poi potuto costituire (come in effetti costituì) una comoda giustificazione, per spiegare l’indole reazionaria dei meridionali, mentre l’immagine di un Sud d’Italia ricco e prospero (così come era, per i livelli dell’epoca, prima dell’unificazione), ma tuttavia reazionario, avrebbe certamente nuociuto alla causa della progressione


La Napolitania con il modello svedese.

Sicilia e Napolitania con l'implementazione del modello svedese sarebbe il paradiso sulla terra

pubblicata da Briganti il giorno giovedì 2 settembre 2010 alle ore 12.21

A__Zatta_-_Il_Regno_di_Napoli_diviso_nelle_sue_Provincie_-_1782.pngBriganti parliamo un po' di modelli socio-economici che potrebbero essere auspicabili per la Sicilia e la Napolitania in futuro, quei modelli che potrebbero fare della nostra terra un paradiso terrestre.

Sia in un contesto federalista o indipendentista c'è il bisogno di rivoluzionare completamente il modello socio-economico oggi vigente.

Io conosco il modello svedese quindi incominciamo da questo. Il modello svedese anche chiamato scandinavo, è un sistema di welfare che intende proteggere i propri cittadini dalla nascita alla morte, cioè durante l'intero arco di vita, con quel minimo che rende la vita di tutti più vivibile anche i ceti sociali più adagiati.

La particolarità del modello svedese sta nel fatto che è un sistema universale e no di assistenzialismo per i ceti più deboli, cioè tutti indistintamente possono usufruire del sistema senza distinzioni alla base del reddito, questo per creare un accettazione nel pagare le tasse anche dei ceti alti, i quali in un sistema assistenzialista pagano solo in maniera passiva senza ricevere vantaggi. Questo è possibile attraverso la creazione dello stato del benessere, in cui l'individuo è protagonista ma lo stato fa da garante in modo che le risorse economiche che lo stato o lo stato-regione riceve attraverso il prelievo fiscale siano distribuite in maniera equa ed efficiente. Alla base deve per questo esistere trasparenza a tutti i livelli e l'eliminazione di istituzioni inutili o inefficace che non pagano la loro esistenza.

 

Lo stato del benessere garantisce quattro punti in maniera universale:

  • assistenza sanitaria 
  • sistema previdenziale 
  • sussidi di disoccupazione 
  • diritto all'istruzione

L'assistenza sanitaria ha il compito di garantire la salute a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito di ciascuno, in Svezia è compito delle contee (le regionale non esistono in Svezia), se un cittadino ha la necessità di pronto soccorso o di un operazione al cuore la spesa è uguale per tutti e per tutti i servizi sanitari dalla radiografia all'operazione al cuore, cioè ca. € 25 (2010). Anche in regime privato la contee garantisce gli stessi costi per il cittadino e paga ai privati le spese reali in base ad un prezzario predefinito a livello nazionale.

Il sistema previdenziale assicura ai cittadini delle pensioni dignitose, l'età pensionistica in Svezia è 65 anni per tutti (uomini e donne), il sistema pensionistico svedese è composto da:

  1. Pensione di reddito (16% del reddito pensionabile) si basa sui guadagni di tutta la vita lavorativa. 
  2. Pensione Premium è il 2,5% del reddito pensionabile e possono essere posizionati liberamente dal dipendente ma all'interno dell'autorità statale per Pensione Premium.
  3. Pensione di garanzia è per coloro che hanno lavorato poco o niente, ed è una sicurezza di base finanziata dallo stato, nel 2010  una persona celibe o sola percepisce 7.526 corone, ca. € 750 al mese, mentre per chi è sposato o convive è di 6.713 corone, ca. € 670.

I sussidi di disoccupazione vengono erogati in caso di perdita del posto di lavoro, per aver diritto al sussidio si deve appartenere ad una cassa di disoccupazione per almeno 1 anno, le casse di disoccupazione sono di due tipi, sindacali o statale, ogni cassa di disoccupazione è gestita da una confederazione sindacale ma finanziata in gran parte con soldi pubblici. Il sussidio massimo percepibile è di ca. € 1800, il minimo è di € 500. Un disoccupato può ricevere il sussidio solo se iscritto ed attivo in un ufficio di collocamento e per un massimo ca. 1 anno, il sussidio si può prolungare per 3 anni se ci sono motivi validi.

Il diritto all'istruzione infine far sì che i cittadini possano raggiungere un alto livello di istruzione indipendentemente dalla classe sociale di origine. Dalla scuola dell'obbligo fino alle scuole superiori tutti hanno diritto ad un pranzo al giorno e libri gratis, nessuno genitore ha bisogno di pagare per mandare i figli a scuola neanche in scuole private, anche in quel caso il comune paga la stessa somma che spende in media per un alunno nelle scuole comunali. L'università non si paga, gli studenti devono pero' pagare una piccola somma ca. € 20 ogni anno al sindacato studentesco unificato ed obbligatorio, ogni studente provvede ai libri, le università hanno il dovere ti trovare sistemazione entro un tempo accettabile per gli studenti che non sono del luogo. Ogni studente ha diritto ad un sussidio di ca. € 300 durante gli studi, se mantiene un livello di preparazione accettabile e supera una certa percentuale di esami. In più gli studenti possono richiedere un prestito agevolato di ca. € 500 al mese che lo stato rilascia sempre se lo studente mantiene un livello di preparazione accettabile e supera una certa percentuale di esami

Le scuole di infanzia (asilo) a tempo pieno sono di gestione comunale o privata, il costo massimo per un bambino in asilo è di € 60 indipendentemente dal reddito familiare. La prima colazione, il pranzo e uno spuntino pomeridiano sono inclusi nel prezzo.

Poi c'è il diritto alla casa che è di competenza comunale, ogni comune qua in Svezia è proprietario delle case comuni, che sono un istituzione che si distingue dal modello italiano o inglese di "social housing". Tutti i cittadini che per qualche motivo preferiscono affittare un appartamento lo possono fare attraverso la ditta comunale di case comuni. L'intendo delle case comune è di attivare la politica della casa a livello comunale e mantenere i prezzi degli affitti bassi. Ma ci sono anche altri vantaggi a stare in affitto in regia comunale, i riscaldamenti e l'acqua calda sono inclusi nell'affitto, in più quasi tutti i comuni includono un assicurazione sulla casa nell'affitto. Questa è lo stato sociale svedese. È qualcosa per noi?

da:
http://www.facebook.com/notes/briganti/sicilia-e-napolitania-con-limplementazione-del-modello-svedese-sarebbe-il-paradi/425894754623


Caro Bossi, la mafia non è al Sud. Ad Affari la lettera di 'Un terrone del nord'
Mercoledí 01.09.2010 08:50

Dopo l'intervento di Umberto Bossi a Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove il leader della Lega Nord, intervenuto alla festa leghista , ha riproposto la sua idea di un nord lavoratore ed un sud nullafacente e sfruttatore, Massimo Brugnone, coordinatore regionale per la Lombardia del Movimento “Ammazzateci tutti” sceglie Affaritaliani.it per controbattere alle parole del Senatur.

 

LE PAROLE DEL SENATUR BOSSI A BUSTO ARSIZIO

Secondo il Senatur l’Unità d'Italia sarebbe stata finanziata dagli imprenditori settentrionali, interessati ad avere a propria disposizione una "colonia", quale luogo nel quale vendere i propri prodotti per incrementare i profitti. L'idea del Piemonte di prendere proprio il sud quale colonia, con il tempo, si sarebbe rivelata fallimentare, dando vita ad "un vero e proprio guazzabuglio".

"Scelta migliore - ha proseguito Bossi - fecero Germania e Inghilterra col prendere India e Africa".

Dunque, l'intenzione di depredare il sud Italia non avrebbe prodotto i risultati sperati, danneggiando l'economia del nord.

Gentile Ministro della Repubblica Italiana, Umberto Bossi,
è l'orgoglio quello che mi porta a scriverle. Sono figlio di padre siciliano e madre pugliese, nelle mie vene scorre il sangue di anni ed anni di storia, quella storia che non si può cancellare e non si deve travisare. Sono figlio dei cattolici e dei musulmani, degli arabi, dei normanni, dei greci, dei bizantini, anche se sono nato a Busto Arsizio, in provincia di Varese.


Io, rappresentante della prima generazione di meridionali del nord, amo la mia città tanto quanto amo le mie origini e non posso accettare che proprio qui, a Busto Arsizio, lei abbia potuto infangare l'onore della mia e di tante famiglie che con fatica e sudore hanno cercato di costruire la propria vita qui, lontani dai propri padri, dalle proprie madri, dai fratelli e dagli amici più stretti di una gioventù che li ha visti costretti ad abbandonare la propria terra.

Vorrei innanzi tutto rammentarle un particolare storico che, alla vigilia dei festeggiamenti dei 150 anni dell'Unità d'Italia, alcuni in modo palese tentano di sovvertire nella propria autenticità: dal punto di vista delle finanze pubbliche, il Regno delle Due Sicilie non solo era una delle tre più importanti economie europee dell'epoca, ma - soprattutto - non arrivò mai al deficit del Regno di Sardegna (ovvero dei Savoia).


Questo perché la pressione fiscale in quel Sud che oggi è il Mezzogiorno d'Italia, nell'epoca pre-unitaria era la più bassa d'Europa, mentre i conti pubblici piemontesi venivano inficiati dalla politica espansionistica perpetrata in quegli anni da Cavour. E' molto probabile che, come dice lei, Senatùr, furono gli stessi imprenditori del nord a "finanziare Garibaldi per prendere il sud", ma il particolare che sfugge è che probabilmente questa fu una mossa atta a depredarne le ricchezze ed annetterle alle deficitarie casse piemontesi per colmarne, come avvenne, ogni passività. Non possiamo dimenticare, infatti, che con l'Unità d'Italia si impose un significativo inasprimento delle imposte alle regioni del Sud le quali, attraverso un carico fiscale più alto rispetto al resto dell'Italia, dovettero di fatto accollarsi i debiti accumulati dall'ex Regno di Sardegna.


E furono anche queste le stesse cause che portarono con ogni probabilità alla nascita del fenomeno del brigantaggio, fino a farlo sfociare nella forma più crudele ed organizzata di criminalità che oggi chiamiamo "mafia".
Questa è la verità, signor Bossi: sono pagine che finalmente oggi possono essere riscritte anche nei libri di Storia. Ma capisco che evidentemente lei in questo campo o starà prendendo lezioni da suo figlio Renzo, o risulta essere purtroppo in mala fede.

 

Negli anni in cui si cerca di creare un'Europa unita e libera da qualsiasi forma di discriminazione, lei, caro Bossi, viene nella mia città a raccontare una storia che non è mai esistita. Ad offendere un Sud Italia che invero cercate perfino di imitare. Ho sorriso quando sentii la proposta di insegnare il dialetto nelle scuole del Nord, nel vedere l'imposizione di una tradizione che questa parte d'Italia non coltiva e che invece viene con amore tramandata nelle terre del Sud. Terre che - statistiche alla mano - sfornano i migliori cervelli del nostro Paese: giovani che si impegnano, studiano, faticano e sudano per poter conquistare un riconoscimento culturale che si trova anche costretto a superare i pregiudizi radicati in una mentalità chiusa ed ignorante. Ed uso senza disprezzo tale sostantivo per esprimere semplicemente il concetto che l'ignoranza altro non è se la non conoscenza di qualcosa.


A tal proposito, sarò felice se un giorno mio padre decidesse di soprannominarmi squalo, piuttosto che essere pubblicamente destituito alla dignità di una trota. Al contrario del povero Renzo, però, io periodicamente mi spingo al di sotto della nostra bellissima Capitale, ed è nelle terre che furono dei miei nonni ed in quelle vicine, come la Calabria, che ho trovato ragazzi animati dal fervore di un'appartenenza ad una realtà troppo spesso bistrattata, pronti a voler e dover riscattare il proprio essere: cittadini di un'Italia che non vuole rappresentare sé stessa.

Soffrivo da bambino la lontananza dai miei parenti, dalle mie radici. Mi ripetevo che una volta cresciuto avrei invertito la tendenza: se i nostri genitori furono costretti ad andarsene, noi avremmo dimostrato che invece si poteva e si doveva lottare e restare.


Oggi, a ventidue anni, il mio pensiero è mutato a causa di diversi fattori, primo fra tutti quel terribile cancro che è la mafia e che divora l'economia e la politica del nostro Paese. Ho capito che nonostante le mie origini, sono nato e cresciuto a Busto Arsizio e farei un errore imperdonabile, adesso, ad abbandonare questa mia terra.
E ho deciso di impegnarmi in maniera concreta con diversi miei coetanei già nel 2007, costituendo su spinta di Aldo Pecora proprio qui nella "tranquilla" Lombardia un coordinamento regionale di quello che oggi - chi l'avrebbe mai detto - è il più grande movimento giovanile antimafia d'Italia: "Ammazzateci Tutti".


L'ho fatto perché sono figlio dell'Italia e degli italiani e qui in Lombardia rivivo gli stessi problemi e rivedo gli stessi soprusi che i miei genitori vivevano alla mia età. Non prendiamocela con il soggiorno obbligato, non cerchiamo scuse per allontanare quelle che sono le nostre colpe. La Lombardia, purtroppo, è oggi una delle regioni a più alto tasso di incidenza mafiosa d'Italia e proprio qui si ritrovano a gestire grossi e loschi affari le famiglie di Cosa Nostra, della 'Ndrangheta, della Camorra e della Sacra Corona Unita. E questo non perché i boss siano riusciti a conquistare e dominare una terra a loro straniera, ma solo perché vi hanno trovato un terreno fertile, fatto in larga misura da imprenditori, quelli del Nord, che hanno subito capito che con la mafia potevano raddoppiare se non triplicare i bilanci delle loro aziende.


I mafiosi hanno forse trovato qui nelle nostre province gente più spietata di loro, gente che forse non ucciderà fisicamente, ma che di certo risulta facilmente corruttibile e disposta a comprimere ogni principio di libera economia, contribuendo in maniera tutt'altro che inconsapevole alla proliferazione delle consorterie criminali.
Siamo noi adesso gli omertosi, caro Bossi. Siamo noi lombardi (probabilmente anche molti tra i suoi elettori) che sappiamo tutto e non diciamo niente! Sono gli occhi dei "lumbàrd" che vedono, le orecchie dei "lumbàrd" che sentono e le bocche dei "lumbàrd" che si tappano e diventano complici di quell'omertà che poi, in pubblico, con troppa facilità lei ed i suoi luogotenenti additate ai meridionali. Anzi, ad onor del vero non tutti i leader leghisti hanno in odio il popolo meridionale, perché al Ministro dell'Interno Maroni va riconosciuta un'azione seria e mirata contro la criminalità organizzata, frutto di un lavoro di squadra condotto in sinergia con uomini e donne del Sud da anni in prima linea in regioni come la Sicilia, la Calabria e la Campania.

 

Non posso accettare che oggi, nel Terzo millennio, nell'era di Internet e della globalizzazione, della multietnicità e della mobilità internazionale, qualcuno ancora creda possibile screditare, attraverso un uso distorto ed in alcuni casi strumentale della storia e della realtà, un intero popolo che ha pagato a duro prezzo la costruzione di quello che oggi é il nostro Stato, quello stesso popolo che oggi vive anche qui a Busto Arsizio, a Varese, in Lombardia, in Italia.
Chi ha voluto scriverle queste righe, Signor Ministro, è un lombardo di prima generazione, un "terrone del Nord", che studia in un'università pubblica e che coltiva il sogno di poter un domani indossare la toga di magistrato. Fiero, come dovremmo esserlo tutti, di essere prima di tutto un cittadino Italiano.


Massimo Brugnone
Coordinatore regionale per la Lombardia
membro Esecutivo nazionale "Ammazzateci Tutti"

 da: http://www.affaritaliani.it/cronache/caro_bossi_mafia_310810.html